Genova, nave contro la torre del porto: continuano le ricerche dei dispersi fra le macerie
Sette i morti. L'incidente dovuto a una avaria o a un errore umano
Continuano senza sosta le ricerche dei due dispersi che mancano all'appello dopo il disastroso incidente nel porto di Genova di lunedì sera che ha fatto 7 vittime. Si tratta di due militari della Guardia costiera che erano nella torre di controllo, venuta giù dopo l'impatto della portacontainer Jolly Nero.
«All'improvviso, la nave non rispondeva più ai comandI», è la testimonianza del pilota, indagato con il comandante. Oggi nel capoluogo ligure campane a lutto e grande manifestazione di cordoglio e solidarietà con le vittime convocata congiuntamente da tutte le istituzioni nella centrale piazza Matteotti.
Una manovra «non abituale, ma neppure troppo inusuale», ha detto il procuratore capo di Genova Michele Di Lecce, per commentare il percorso della Jolly Nero per uscire dal porto. E proprio perché non inusuale, quella manovra sul finire è apparsa strana a chi aiuta a farla da anni. Il comandante del rimorchiatore di poppa, lo Spagna, ha visto che qualcosa non stava andando come sempre e alla radio ha urlato al pilota del cargo: «Non c'è più acqua, che fate?». Il pilota ha gridato disperato: «Non ho più la macchina», frase che sta a indicare che non riusciva a mettere la nave con
i motori avanti, come doveva avvenire a quella fase della manovra. Questo emerge dai colloqui radio e dalle testimonianze dei protagonisti e indirizza l'indagine in modo deciso verso l'ipotesi che possa essere stata una avaria a causare la tragedia.
La nave era stata sottoposta ad un controllo, anche dei motori, da parte delle autorità marittime spagnole la scorsa settimana. Eccola la manovra, così come la descrivono gli inquirenti: la nave ha fatto retromarcia con la poppa per poi uscire dal porto di prua ma in questa posizione non si è mai messa e con la parte sinistra della poppa ha urtato contro la base della torre, interamente crollata. Il procuratore Di Lecce, che parla dell'indagine affidata al suo sostituto Walter Cotugno,
rimane però cauto. «Dobbiamo verificare se la manovra è avvenuta in modo corretto o se qualcosa non ha funzionato», ma già ieri in mattina era stata la stessa procura a far trapelare che l'ipotesi dell'avaria era consistente.
Di Lecce ha poi rivelato che un cavo di un rimorchiatore si è rotto, ma «forse dopo l'incidente». E pare che sia andata proprio così: il mezzo avrebbe provato fino all'ultimo a velocizzare la rotazione del cargo per evitare l'impatto con la torre e il cavo si sarebbe rotto a fine manovra. È stato sequestrato, come la scatola nera della nave, il vdr, che registra tutto ciò che avviene a bordo. Ci sarebbe stata anche un'altra manovra disperata: il comandante della Jolly Nero avrebbe gettato le ancore per provare a frenare la nave che stava impattando contro la torre di controllo.
Intanto sono due gli indagati. Si tratta del comandante del cargo della compagnia Messina, Roberto Paoloni, romano, 63 anni, e il pilota del porto che si trovava sulla Jolly Nero, Antonio Anfossi, cinquantenne, genovese: entrambi ritenuti «molto esperti». Sono accusati di omicidio colposo plurimo. Il comandante si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma dice: «Sono avvilito e frastornato». Il pilota ha invece parlato e l'interrogatorio è stato secretato. «Gli indagati - dice Di Lecce - potrebbero aumentare e stiamo valutando l'eventuale sussistenza del reato di attentato alla sicurezza dei trasporti previsto dal codice della navigazione».
Il procuratore ha spiegato che comandante e pilota hanno ruoli diversi ma, il ministro dei Trasporto Maurizio Lupi, durante l'audizione alla Camera, ha specificato che «la responsabilità della manovrà è del comandante, il pilota a bordo ha il ruolo di consulente». E il legale di Paoloni, Romano Raimondo, dice: «Chiederemo che siano esaminate le conversazioni con i rimorchiatori e con la torre». E il comandante dice che l'indagine dovrà anche accertare se l'edificazione della torre in quel punto rispettava tutte le norme di sicurezza per la navigazione.
La città si ferma per il lutto: migliaia in piazza. Si è aperta con un minuto di silenzio la manifestazione di solidarietà dopo l'incidente al porto di Genova. In piazza Matteotti si sono radunate migliaia di persone. Per 15 minuti, dalle 11 alle 11.15 tutta la città si è fermata: chiuse banche, negozi, supermercati. Sospese le attività nelle scuole e all'università. I primi ad arrivare in piazza sono stati gli operai delle Riparazioni navali, seguiti da quelli di Fincantieri e dai camalli del porto. Presentii i rappresentanti delle istituzioni civili e militari. Le orazioni saranno tenute dal sindaco Marco Doria, da
Ivano Bosco segretario della Cgil e dal responsabile dei cappellani del lavoro, mons. Molinari.
La protesta. Proprio mentre il delegato arcivescovile per il lavoro, monsignor Luigi Molinari, di fronte ad alcune migliaia di persone che gremivano la piazza invitava alla coesione, alcune decine di dimostranti hanno gridato «non ti vogliamo, vogliamo i lavoratori».
Al termine dei discorsi ufficiali due rappresentanti dei contestatori hanno parlato al microfono alla piazza: «Noi lavoriamo - ha detto uno dei contestatori intervenuti - e dobbiamo essere protetti, soprattutto dai sindacati, che ieri avrebbero voluto interrompere lo sciopero a mezzogiorno». I due intervenuti hanno denunciato il «teatrino dei sindacati» e il fatto che ieri, poiché lo sciopero in segno di lutto riguardava il traffico mercantile e non quello passeggeri, sia partita una «nave di divertimenti».
«Tanti lavoratori sono morti nello svolgimento della loro attività. Sono aspetti che rendono questo evento ancora più doloroso». Così il sindaco di Genova via Facebook dopo essere stato tutta la notte sul molo della tragedia. «L'estremità del molo, nella notte, coperta da un cumulo di macerie sulle quali si muovono alcuni vigili del fuoco. Pezzi di struttura nell'acqua e sommozzatori che si immergono alla ricerca di corpi. Io insieme ad altri a pochi metri di distanza ad osservare attoniti. Sul momento sembra che nulla ci sia da fare se non testimoniare con la propria presenza la vicinanza di una comunità. La città è stata colpita nel suo centro vitale, il porto». «A distanza di ore, nel corso della giornata, si evidenzia invece la necessità di unire alla doverosa espressione di un cordoglio collettivo, la volontà di reagire», sottolinea Doria.
«All'improvviso, la nave non rispondeva più ai comandI», è la testimonianza del pilota, indagato con il comandante. Oggi nel capoluogo ligure campane a lutto e grande manifestazione di cordoglio e solidarietà con le vittime convocata congiuntamente da tutte le istituzioni nella centrale piazza Matteotti.
Una manovra «non abituale, ma neppure troppo inusuale», ha detto il procuratore capo di Genova Michele Di Lecce, per commentare il percorso della Jolly Nero per uscire dal porto. E proprio perché non inusuale, quella manovra sul finire è apparsa strana a chi aiuta a farla da anni. Il comandante del rimorchiatore di poppa, lo Spagna, ha visto che qualcosa non stava andando come sempre e alla radio ha urlato al pilota del cargo: «Non c'è più acqua, che fate?». Il pilota ha gridato disperato: «Non ho più la macchina», frase che sta a indicare che non riusciva a mettere la nave con
i motori avanti, come doveva avvenire a quella fase della manovra. Questo emerge dai colloqui radio e dalle testimonianze dei protagonisti e indirizza l'indagine in modo deciso verso l'ipotesi che possa essere stata una avaria a causare la tragedia.
La nave era stata sottoposta ad un controllo, anche dei motori, da parte delle autorità marittime spagnole la scorsa settimana. Eccola la manovra, così come la descrivono gli inquirenti: la nave ha fatto retromarcia con la poppa per poi uscire dal porto di prua ma in questa posizione non si è mai messa e con la parte sinistra della poppa ha urtato contro la base della torre, interamente crollata. Il procuratore Di Lecce, che parla dell'indagine affidata al suo sostituto Walter Cotugno,
rimane però cauto. «Dobbiamo verificare se la manovra è avvenuta in modo corretto o se qualcosa non ha funzionato», ma già ieri in mattina era stata la stessa procura a far trapelare che l'ipotesi dell'avaria era consistente.
Di Lecce ha poi rivelato che un cavo di un rimorchiatore si è rotto, ma «forse dopo l'incidente». E pare che sia andata proprio così: il mezzo avrebbe provato fino all'ultimo a velocizzare la rotazione del cargo per evitare l'impatto con la torre e il cavo si sarebbe rotto a fine manovra. È stato sequestrato, come la scatola nera della nave, il vdr, che registra tutto ciò che avviene a bordo. Ci sarebbe stata anche un'altra manovra disperata: il comandante della Jolly Nero avrebbe gettato le ancore per provare a frenare la nave che stava impattando contro la torre di controllo.
Intanto sono due gli indagati. Si tratta del comandante del cargo della compagnia Messina, Roberto Paoloni, romano, 63 anni, e il pilota del porto che si trovava sulla Jolly Nero, Antonio Anfossi, cinquantenne, genovese: entrambi ritenuti «molto esperti». Sono accusati di omicidio colposo plurimo. Il comandante si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma dice: «Sono avvilito e frastornato». Il pilota ha invece parlato e l'interrogatorio è stato secretato. «Gli indagati - dice Di Lecce - potrebbero aumentare e stiamo valutando l'eventuale sussistenza del reato di attentato alla sicurezza dei trasporti previsto dal codice della navigazione».
Il procuratore ha spiegato che comandante e pilota hanno ruoli diversi ma, il ministro dei Trasporto Maurizio Lupi, durante l'audizione alla Camera, ha specificato che «la responsabilità della manovrà è del comandante, il pilota a bordo ha il ruolo di consulente». E il legale di Paoloni, Romano Raimondo, dice: «Chiederemo che siano esaminate le conversazioni con i rimorchiatori e con la torre». E il comandante dice che l'indagine dovrà anche accertare se l'edificazione della torre in quel punto rispettava tutte le norme di sicurezza per la navigazione.
La città si ferma per il lutto: migliaia in piazza. Si è aperta con un minuto di silenzio la manifestazione di solidarietà dopo l'incidente al porto di Genova. In piazza Matteotti si sono radunate migliaia di persone. Per 15 minuti, dalle 11 alle 11.15 tutta la città si è fermata: chiuse banche, negozi, supermercati. Sospese le attività nelle scuole e all'università. I primi ad arrivare in piazza sono stati gli operai delle Riparazioni navali, seguiti da quelli di Fincantieri e dai camalli del porto. Presentii i rappresentanti delle istituzioni civili e militari. Le orazioni saranno tenute dal sindaco Marco Doria, da
Ivano Bosco segretario della Cgil e dal responsabile dei cappellani del lavoro, mons. Molinari.
La protesta. Proprio mentre il delegato arcivescovile per il lavoro, monsignor Luigi Molinari, di fronte ad alcune migliaia di persone che gremivano la piazza invitava alla coesione, alcune decine di dimostranti hanno gridato «non ti vogliamo, vogliamo i lavoratori».
Al termine dei discorsi ufficiali due rappresentanti dei contestatori hanno parlato al microfono alla piazza: «Noi lavoriamo - ha detto uno dei contestatori intervenuti - e dobbiamo essere protetti, soprattutto dai sindacati, che ieri avrebbero voluto interrompere lo sciopero a mezzogiorno». I due intervenuti hanno denunciato il «teatrino dei sindacati» e il fatto che ieri, poiché lo sciopero in segno di lutto riguardava il traffico mercantile e non quello passeggeri, sia partita una «nave di divertimenti».
«Tanti lavoratori sono morti nello svolgimento della loro attività. Sono aspetti che rendono questo evento ancora più doloroso». Così il sindaco di Genova via Facebook dopo essere stato tutta la notte sul molo della tragedia. «L'estremità del molo, nella notte, coperta da un cumulo di macerie sulle quali si muovono alcuni vigili del fuoco. Pezzi di struttura nell'acqua e sommozzatori che si immergono alla ricerca di corpi. Io insieme ad altri a pochi metri di distanza ad osservare attoniti. Sul momento sembra che nulla ci sia da fare se non testimoniare con la propria presenza la vicinanza di una comunità. La città è stata colpita nel suo centro vitale, il porto». «A distanza di ore, nel corso della giornata, si evidenzia invece la necessità di unire alla doverosa espressione di un cordoglio collettivo, la volontà di reagire», sottolinea Doria.

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